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Come nasce il mito di Diego Armando Maradona? Una passione che ancora divide i tifosi

Valeria Nardinidi Valeria Nardini· 06/08/2026 14:25
Come nasce il mito di Diego Armando Maradona? Una passione che ancora divide i tifosi

Quando ho iniziato a raccogliere testimonianze sui campi di calcio dilettantistico, non immaginavo che una domanda ricorrente sarebbe stata proprio su Maradona. Non chiedevano dell'Argentinog, ma di come un uomo potesse diventare una leggenda capace di dividere ancora oggi intere generazioni. L'ho capito davvero parlando con un tecnico di settore giovanile a Napoli, che mi confidò: "Maradona non è un calciatore, è un fenomeno sociologico". Aveva ragione. Il mito del Pibe de Oro non nasce solo dai gol, dalle giocate impossibili o dal talento sovrumano. Nasce da qualcosa di più profondo, radicato nella cultura popolare, nella politica, nell'identità stessa di una città e di un Paese.

L'origine del mito: quando il calcio diventa religione

Ho avuto modo di intervistare vecchi ultras napoletani che ricordano il 5 luglio 1984, il giorno dell'arrivo di Diego a Napoli. Non era solo calcio, era invasamento collettivo. Una città intera scese in strada. Mi raccontò uno di loro: "Sembrava che arrivasse il Messia". Non era un'esagerazione. In quel momento, Napoli non vinceva da quasi sessant'anni. La Coppa Italia del 1976 era il ricordo più recente di un trofeo. Il calcio era l'unica cosa che accomunava ricchi e poveri, borghesi e proletari in una città spaccata da profonde disuguaglianze sociali.

Diego incarnava l'antidoto a tutto questo. Arrivava dalle villetas di Buenos Aires, da una famiglia umile, da uno slum dove il talento era l'unico ascensore sociale. Proprio come migliaia di ragazzi napoletani che vivevano in quartieri degradati sognando di evadere attraverso il pallone. Quando Maradona alzò la coppa da capitano nel 1986 dopo il primo scudetto, non festeggiava solo una vittoria calcistica.

Come il gioco diventa politica e identità

Nel mio lavoro ho appreso che il mito di Maradona non si costruisce isolato. È intrinsecamente legato al contesto storico. Parliamo degli anni Ottanta, quando la Lotta di classe in Italia era ancora palpabile, quando il Nord economico e il Sud povero rappresentavano due mondi paralleli. Napoli era considerata la capitale della malavita, della disoccupazione, dell'arretratezza. Maradona arrivò e disse, con le giocate: "Noi abbiamo talento, noi abbiamo dignità, noi meritiamo di vincere". Ricordo una conversazione con un ex giocatore dilettante di una squadra napolitana. Mi disse qualcosa che mi rimase addosso: "Quando Maradona giocava, noi non eravamo secondi a nessuno". Era la revanscita psicologica di un'intera popolazione.

Il mito si alimentò anche dei nemici. La Juventus divenne il Male assoluto, il simbolo dell'establishment del Nord. Ogni partita contro i bianconeri non era una gara di calcio, era una battaglia ideologica. E Diego, con il suo stile ribelle, con le sue proteste, con la sua passione quasi violenta, incarnava perfettamente questa resistenza.

Il talento individuale in un'epoca di cambiamento tattico

Da giornalista che segue anche il calcio femminile, ho notato un aspetto affascinante: Maradona arrivò quando il calcio italiano stava cambiando. Gli anni Ottanta videro l'affermazione della Tattica calcistica moderna, sempre più difensiva e compatta. Eppure Diego vinceva comunque, dribblava uomini interi, ribaltava il gioco da solo. Mi è capitato recentemente di intervistare un preparatore atletico che mi spiegò: "Maradona aveva capacità fisiche anomale: baricentro bassissimo, velocità esplosiva, equilibrio perfetto. Ma soprattutto aveva una visione del gioco sovrumana".

Questa capacità di dominare un calcio sempre più tattico, sempre più collettivo, con la pura forza dell'individuo, affascinava. Non è come oggi dove il calcio è algoritmo, squadra, movimento corale. Maradona era eccezione pura.

Il suo numero dieci non rappresentava solo una posizione, era una dichiarazione d'identità. Quel numero significava: io sono il numero uno, io decido il ritmo della partita, io porto la squadra sulle spalle. I giovani ragazzi dei quartieri poveri indossavano quella maglia e si sentivano Maradona. Oggi è diverso: i giovani idolatrano collettivi di giocatori, modelli distribuiti. Allora era il carisma incarnato.

La dicotomia tra il mito e l'uomo

Quello che divide ancora i tifosi non è solo il calciatore Maradona, è la frattura tra il mito e Diego la persona. Da anni raccolgo testimonianze di chi lo ha conosciuto, di famiglie che vivono a Napoli da generazioni. La risposta non è mai univoca.

Da un lato ci sono quelli che vedono solo l'uomo caduto, gli errori, le scelte sbagliate, la dipendenza dalle sostanze, il caos della sua vita privata. Per loro il mito si è spezzato nel momento in cui Diego ha smesso di essere intoccabile. Dall'altro, la stragrande maggioranza dei napoletani continua a venerarlo, conscio dei suoi difetti ma incapace di separare l'arte dal'artista.

Un lettore mi scrisse tempo fa: "Maradona era una forza della natura che non sapeva come controllare la propria energia". Secondo me è la descrizione più accurata. Il mito non nasce dall'uomo virtuoso, dal campione metodico e disciplinato. Nasce dal genio che consuma se stesso, che gioca come se la vita dipendesse da ogni tocco di pallone, che non conosce il concetto di moderazione.

Perché ancora dividiamo

La passione intorno a Maradona rimane oggi perché rappresenta un'epoca in cui il calcio era ancora principalmente fede collettiva, non spettacolo globalizzato. Era ancora possibile credere che una persona sola potesse cambiare la storia. Ancora rimangono le cicatrici di quella divisione: chi lo considera il più grande di sempre e chi lo critica aspramente, chi lo usa come simbolo politico e chi lo vede solo come atleta.

Quello che ho imparato sul campo, parlando con chi ha seguito la sua carriera passo dopo passo, è che il mito di Maradona non morirà mai completamente perché non è stato costruito sulla semplice abilità calcistica. È stato costruito su speranza, riscatto, identità collettiva. Finché ci saranno persone che credono in questi valori, il Pibe de Oro continuerà a dividerci, affascinare, ossessionare.

Valeria Nardini
Valeria Nardini

Valeria combina la passione per il calcio giocato a quella per la narrazione, avendo giocato in una squadra femminile amatoriale. Da alcuni anni raccoglie testimonianze di calciatori dilettanti, concentrandosi sui record e sulle imprese meno conosciute che animano i campi di periferia.