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Maratone di supplementari: le sfide più lunghe mai giocate e l’impatto sulle regole del calcio

Roberto Sgobbidi Roberto Sgobbi· 14/08/2026 12:09
Maratone di supplementari: le sfide più lunghe mai giocate e l’impatto sulle regole del calcio

La sera dello spareggio nell’86, in fondo alla tribuna di lamiera, sentivo il respiro caldo della città. Il nostro centravanti aveva già finito la benzina eppure cercava ancora la profondità, col bavero della maglia tirato su come fosse gennaio anche se era maggio. Il cronometro aveva smesso di essere un orologio ed era diventato un tamburo: 90, poi 105, poi 118. Sul legno della panchina il massaggiatore batteva le dita a tempo, due colpi secchi e un sospiro, come se potesse accorciare i supplementari con un rito. Io ero un ragazzo e imparavo che il calcio, quando si allunga, diventa una prova di nervi e memoria, più che di piedi. Da allora, ogni volta che sento parlare di maratone ai supplementari, il rumore che mi torna in testa è quello: un tamburo che promette l’alba, ma non arriva mai.

Le notti senza fine

Di partite che hanno tirato il fiato oltre il consentito il calcio ne ha collezionate parecchie. Prima che arrivassero le scorciatoie regolamentari, il modo più naturale di decidere una sfida era rigiocarla. L’Inghilterra, maestra di coppe e tradizioni, ci ha lasciato le cronache più romanzesche: finali che chiedevano un secondo atto, sfide di Coppa che tornavano in scena come opere popolari, con gli stessi protagonisti e un pubblico sempre più vocale, fino a che la stanchezza diventava narrativa tanto quanto il punteggio.

Penso alla ripetizione della finale di una Coppa nazionale nei primi anni Settanta, con l’erba di Old Trafford che sembrava una cava e i contrasti che facevano più rumore dei cori. O a una sera di Coppa dei Campioni in cui due giganti europei non riuscirono a spostare l’ago neppure dopo mezz’ora oltre il novantesimo, costringendo l’organizzazione a fissare una seconda partita due giorni dopo, quando le gambe ancora urlavano. E c’è la vicenda, tanto inglese da sembrare un racconto di Dickens, di un turno preliminare che si trasformò in una saga: rigiocate su rigiocate, supplementari su supplementari, undici ore complessive in diciassette giorni, con le cronache locali che seguivano il tempo lungo come fosse un’insistenza del destino.

Queste notti insegnavano che il supplementare non è un’aggiunta neutrale. È una regione di campo in cui il pallone pesa di più e i pensieri diventano corto respiro. Le squadre si allungano e si accorciano nello stesso istante, i terzini fanno due mestieri, gli allenatori suturano dove possono e il pubblico, a ogni tocco, teme la svolta che tarda ad arrivare.

Quando il regolamento inseguiva il pallone

Le maratone non sono nate per caso: sono il frutto di un’epoca in cui il calcio si affidava all’idea che una sfida, se non si decideva subito, meritasse un’altra chance. Ma bastava un calendario più fitto, una trasferta complicata, un campo allagato, e le buone maniere si trasformavano in incertezza. C’era perfino la possibilità della monetina, il verdetto più spietato perché senza sudore: negli anni Sessanta una semifinale continentale cambiò storia e geografia per il rimbalzo di una faccia o di una croce. La logica delle rigiocate, che pareva giusta sul piano etico, esplodeva però nelle agende: troppi viaggi, troppi allenamenti zoppicanti, troppa zavorra per i muscoli.

Così il regolamento ha iniziato a correre dietro al pallone. Prima fissando il supplementare in modo stabile, mezz’ora secca dopo il novantesimo. Poi accarezzando l’idea di chiudere prima, con un colpo netto. Negli anni Novanta arrivò l’esperimento più emozionale di tutti: il Golden goal. Un lampo e finiva tutto, come in spiaggia quando il sole cade dietro l’ultimo ombrellone. Era il tentativo di premiare il coraggio, di trasformare il tempo lungo in territorio per giocatori che non tremano. Per qualche stagione ha funzionato, ha consegnato coppe e ferite, ma si è portato dietro un paradosso: più che liberare il gioco, lo ha spesso imbrigliato nella paura di sbagliare.

Dalla moneta al dischetto

La vera rivoluzione, però, è arrivata dal dischetto. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, le grandi organizzazioni hanno abbandonato l’alea della monetina per abbracciare i calci di rigore. Era una soluzione semplice e feroce: tecnica, nervi, ripetizione del gesto, fino a riconoscere a ciascuno il suo turno d’onore e di colpa. Nel Mondiale degli anni Ottanta i rigori sono entrati nella liturgia più seguita del pianeta; da allora non sono più usciti dal cuore del racconto.

Con i rigori, il supplementare è diventato un ponte. Trenta minuti in cui sperare di evitare la roulette, o prepararsi ad affrontarla con lucidità. Le maratone autentiche, quelle che superano il confine della notte, si sono fatte rare: si gioca molto, si viaggia di più, e le decisioni devono stare dentro un incastro televisivo e medico che non perdona. Ma lo spirito resta quello della mia tribuna di lamiera: gli undici contro undici che, oltre il novantesimo, si scoprono soli davanti alle proprie scelte.

Il presente tra fatica e tutela

Negli ultimi anni il calcio ha aggiustato ancora le sue regole guardando alla salute dei protagonisti. Le cinque sostituzioni, nate in emergenza e poi stabilizzate, aprono spiragli d’aria nelle partite che si allungano, e in molte competizioni è permessa una sostituzione extra nei supplementari. La gestione degli sforzi si è fatta scienza: staff più ampi, analisi dei carichi, protocolli per la testa e per i muscoli che, al minuto 110, raccontano verità che il cuore non vuole ascoltare.

Cambiano anche le cornici. In Europa è caduta la regola dei gol in trasferta, ridisegnando la psicologia delle sfide a eliminazione: i supplementari non premiano più la prudenza di chi segna lontano da casa, ma la qualità di chi resiste e attacca con lo stesso coraggio. In Inghilterra la Coppa nazionale ha salutato le rigiocate dal tabellone principale, una stretta decisa per alleggerire calendari ormai congestionati. Dietro queste linee c’è l’ombra tutelante dell’organo che custodisce le leggi del gioco, la International Football Association Board, chiamata a tenere insieme tradizione, spettacolo e sicurezza, come un allenatore che deve far convivere il talento e la gamba.

Accanto ai mutamenti ufficiali scorre una prassi sempre più diffusa: nelle categorie giovanili e in molti tornei minori si evita il supplementare per arrivare diritti ai rigori. È una scelta pragmatica, che salva energie e orari. Ma il teatro dei grandi palchi, dalle coppe continentali alle finali di campionato, continua a considerare quella mezz’ora aggiunta come un passaggio di prova, un banco dove i dettagli diventano principi: come si difende in avanti quando le gambe tremano, come si gestisce un contropiede al minuto 117, come si sceglie il rigorista che ha appena finito la benzina ma non la freddezza.

Il futuro degli spareggi

Le idee per domani non mancano. C’è chi spinge per rendere ancora più netto il confine: meno supplementari, più rigori, soprattutto nelle fasi intermedie delle coppe. C’è chi, al contrario, vorrebbe alleggerire la pressione del dischetto tornando a premiare il coraggio dentro il campo, magari con finestre di cambio aggiuntive o con incentivi tattici a chi attacca. La ricerca del punto d’equilibrio è la stessa di sempre: lasciare al gioco la sua epica senza mettere a rischio i suoi interpreti.

Intanto, il calcio ha imparato a riconoscere e proteggere i momenti critici. I tempi di recupero sono diventati più sinceri, specchio delle perdite effettive; le interruzioni mediche sono rispettate, e nessuno si scandalizza se al minuto 105 un difensore chiede un sorso d’acqua in più. La maratona, insomma, resta possibile ma meno casuale: una scelta regolata, non un inciampo del calendario.

E poi c’è la parte che le regole non potranno mai toccare. L’odore di erba bagnata dopo le 23, le maglie appiccicate come ricordi d’infanzia, il respiro del pubblico che ondeggia a ogni pallone alto in area. Ogni volta che i supplementari cominciano, sento tornare quella sera nell’86, il massaggiatore che batte due colpi secchi sul legno e l’idea che il tempo, per un poco, si sia fermato. Oggi i dirigenti hanno ridotto le notti infinite, e hanno fatto bene. Ma la vibrazione di quei minuti sospesi resta intatta: è l’istante in cui il calcio mette alla prova la sua promessa più antica, che una squadra possa andare oltre se stessa. Quando l’arbitro fischia l’inizio del primo extra, lì, tra la curva e la panchina, si apre ancora una volta lo spazio dove tutto può cambiare con un rimbalzo. E il tamburo del tempo, per un attimo, torna a suonare al ritmo del nostro cuore.

Roberto Sgobbi
Roberto Sgobbi

Roberto ha vissuto lo storico spareggio della sua squadra cittadina negli anni '80 e da allora racconta storie di promozioni impossibili e record di imbattibilità. Ama incontrare ex calciatori nei bar di paese e raccoglie vecchie maglie e ritagli di giornale come preziosi ricordi.