Qual è la partita con il maggior numero di espulsioni? Il motivo che ha sconvolto gli arbitri

Nel bar della stazione, tra un caffè ristretto e le foto ingiallite delle formazioni appese alle pareti, un ex libero degli anni ottanta mi ha raccontato per l’ennesima volta di quel derby finito in dieci contro nove. Ha sorriso, come fanno i veterani quando sanno di avere ancora una storia migliore nel taschino, e mi ha chiesto se ricordassi la partita in cui l’arbitro aveva mandato via più gente di quanta ce ne fosse in campo. Ho annuito: perché quel pomeriggio argentino non è solo un record di statistiche, è una fenditura nel modo di intendere la disciplina sul prato verde.
Il giorno in cui finì la pazienza
È il 2 aprile 2011, quinta divisione argentina, il calcio che profuma di erba tagliata di fresco e cancelli che cigolano. Claypole contro Victoriano Arenas, un incrocio di periferia dove i cori rimbalzano sui muri dei capannoni e gli spalti sembrano più vicini della linea laterale. Per tre quarti di gara regna una tensione radicata, di quelle che si avvertono sotto pelle. Un contrasto duro, uno sguardo di troppo, la provocazione che si accumula come nuvoloni all’orizzonte: poi il temporale.
La rissa scoppia all’improvviso. Prima sono in due, poi arrivano in cinque, poi si alzano le panchine. In pochi secondi il campo diventa un groviglio che ingoia maglie, urla e trattenute. L’arbitro, Damián Rubino, prova a fare da argine, fischio in bocca e braccia alzate, ma capisce che non esiste bonaccia in mezzo a quella burrasca. Quando, finalmente, le acque si calmano, rimane la domanda peggiore per chi indossa la divisa nera: come restituire forma a ciò che è andato in frantumi?
Rubino decide di applicare la lettera della norma. Individua chi ha partecipato agli scontri, chi ha lasciato l’area tecnica, chi è entrato in campo dalla panchina. Scrive, ricompone, verifica i numeri di maglia. E poi espelle. Non pochi, non gli “istigatori” come a volte accade per quieto vivere: tutti quelli che, a suo giudizio, hanno travalicato il confine del consentito. Il conto finale entra nella storia: 36 espulsioni tra titolari, riserve e componenti degli staff tecnici. Il risultato della partita passa in secondo piano; a dominare è la fotografia che verrà ricordata dai referti e dai raduni arbitrali per anni.
Quando il cartellino rosso è anche un atto amministrativo
Molti, dopo quel match, si chiesero come fosse possibile raggiungere numeri simili: si immaginavano un arbitro a sventolare cartellini rossi come un giocoliere. La realtà è più asciutta e tecnica. La disciplina del gioco consente di comminare l’espulsione anche a chi non è in quel momento protagonista del pallone: calciatori di riserva, membri dello staff e chiunque, pur non giocando, influenzi la condotta in modo violento o gravemente antisportivo. La base è nella Regola 12 del gioco del calcio, che definisce l’espulsione per condotta violenta, gravi scorrettezze, condotta offensiva e atti di pugilato o rissa, senza distinguere tra chi è dentro o fuori dal rettangolo di gioco.
Qui sta il cuore del “motivo che sconvolse gli arbitri”: la scelta, cioè, di usare il rosso come atto giuridico oltre che scenico. Non serviva per forza mostrare il cartellino uno a uno in mezzo al caos. Bastava identificarli con certezza e riportarli nel referto. Una distinzione sottile, ma decisiva. Rubino prese quella sottigliezza e la trasformò in prassi: non pochi provvedimenti esemplari, ma una sanzione generalizzata, specchio di quanto realmente accaduto.
Le linee guida degli organismi internazionali, dalla IFAB in giù, avevano da tempo lasciato margini all’interpretazione sull’identificazione dei coinvolti nelle risse. Ma fino a quel giorno, raramente qualcuno le aveva spinte così oltre in una partita ufficiale. Il rosso, insomma, poteva essere un atto postumo, meticoloso, quasi burocratico, e non solo un gesto teatrale in diretta.
Il record che fece scuola
La cifra di 36 espulsioni ha da allora il sapore del primato assoluto. Supera, e non di poco, i casi più noti di massiccia distribuzione di cartellini rossi visti in categorie superiori e in contesti internazionali. Nelle aule dei raduni arbitrali, la gara è diventata un case study obbligatorio: si analizzano i detonatori che portarono all’escalation, la gestione del conflitto nei minuti che la precedettero, la freddezza necessaria dopo il fischio, quando occorre raccogliere i cocci e trasformarli in decisioni formali, sostenibili nel dopogara e in sede disciplinare.
Ci si rese conto, nel mondo dei fischietti, che quella partita non aveva cambiato soltanto le statistiche. Aveva alzato uno specchio, restituendo l’immagine di un arbitraggio possibile e, per certi versi, necessario nei casi estremi: niente scorciatoie, niente riduzioni “per convenienza”. Se la rissa coinvolge quasi tutti, allora quasi tutti sono sanzionabili. Un’idea semplice, che però metteva sottosopra abitudini consolidate. E che chiedeva, di riflesso, più prevenzione e più coraggio nei minuti precedenti la rottura.
Dal prato alla carta: cosa conta davvero
Le decisioni di quella giornata mostrarono anche un altro aspetto poco raccontato del calcio: la vita del referto. Il documento che l’arbitro compila al termine della gara non è un dettaglio amministrativo, ma la spina dorsale del giudizio sportivo. È lì che si fissano i nomi, i tempi, i fatti, e che si costruisce l’architettura di squalifiche e sanzioni. In Argentina, come altrove, le commissioni disciplinari si mossero su quella base, certificando il numero delle espulsioni e la loro portata. Record, sì, ma soprattutto caso di studio sulla forza normativa del referto in situazioni-limite.
Tra gli addetti ai lavori, la discussione si divise. C’era chi applaudeva la scelta radicale, ritenendola l’unico modo per non trasformare una rissa in un referto edulcorato. Altri temevano che, una volta aperta la strada della “espulsione di massa”, si perdesse il senso della personalizzazione della colpa. La miglior risposta, col tempo, è arrivata dalla pratica: quell’episodio non ha inaugurato una stagione di cartellini a grappoli, ma ha insegnato ad arbitri e dirigenti che esiste una soglia oltre la quale non si negozia più.
Prevenire l’irreparabile
Da allora, i corsi arbitrali hanno insistito su due parole-chiave: prevenzione e riconoscimento. Prevenzione significa spegnere i fiammiferi prima che diventino incendio: parlare coi capitani, intervenire con i primi cartellini gialli quando serve, riconoscere i duelli tattici che stanno slittando sul personale. Riconoscimento vuol dire sapere chi fa cosa, affidarsi anche al quarto ufficiale e agli assistenti per costruire una mappa precisa degli eventi, così che le decisioni dopo una rissa non siano di pancia ma di conoscenza.
È cambiata anche la cultura del bordo campo. Le panchine hanno imparato, non sempre ma più spesso, che il confine dell’area tecnica è reale e non simbolico. Uscire di lì durante un parapiglia significa offrire il destro a una sanzione automatica. E i club, a ogni latitudine, sanno che quello che accade “lontano dalla palla” pesa quanto ciò che vede la telecamera principale.
Oltre il numero, il senso
Trentasei, dunque. Un numero che spicca come una stele fra le cronache minori del calcio mondiale. Ma se ci fermassimo alla cifra, perderemmo il punto. Quella partita insegna che la disciplina non è soltanto castigo: è protezione del gioco, protezione dei giocatori che vogliono restare nel gioco. L’arbitro non è un contabile con il taccuino, è piuttosto il custode di un equilibrio. A volte, per sorreggerlo, deve inchiodare i fatti alla loro responsabilità, anche quando la statistica diventa paradossale.
Mi è capitato, negli anni, di rivedere vecchie maglie e ritagli su quel pomeriggio argentino. Li tengo tra i cimeli come fossero una bizzarra collezione di “cosa non dovrebbe mai più accadere”. Eppure, ogni tanto, nei bar di provincia dove incontro ex capitani e mediani con le ginocchia rigide, torna quella domanda: esiste un limite oltre il quale si espelle “tutti”? La risposta è scomoda, ma onesta: esiste il limite dopo il quale si difende il gioco. Quando lo si supera, il resto – il risultato, il cronometro, le impressioni – sfuma.
Quel libero che cercava il mio assenso ha finito il caffè e, con un sorriso, ha scosso la testa. “Noi al massimo ne avevamo visti cinque, in quello spareggio dell’ottantasei”, mi ha detto. Ho pagato il conto e ho guardato verso le foto alle pareti. Là fuori, i campi continuano a raccontare promozioni impossibili e record di imbattibilità. Ma, ogni tanto, ci ricordano anche che il calcio è una comunità che sa proteggersi da sé. E che un cartellino rosso, messo al momento giusto e fino in fondo, può essere l’atto più coraggioso per riportare a casa tutti quanti.

