Storie di underdog nei grandi tornei di calcio: il fattore decisivo per la vittoria

Quante volte ti è capitato di assistere a una partita di calcio convinto che la squadra favorita avrebbe vinto con facilità, solo per ritrovarti poi a celebrare l'impresa di una formazione che nessuno credeva fosse in grado di competere? Succede più spesso di quanto pensi nei grandi tornei, e non è solo questione di fortuna. Negli ultimi anni, gli underdog hanno scritto pagine indimenticabili negli Europei, nelle Coppa Italia e persino nei Mondiali, insegnandoci che il calcio non è una scienza esatta ma un campo dove la psicologia, la coesione tattica e la mentalità fanno spesso la differenza rispetto al mero valore tecnico dei giocatori.
Il fenomeno dell'underdog nel calcio moderno
Quando parlo di underdog nel contesto dei grandi tornei, non mi riferisco solo alle squadre di Serie B che affrontano la Juventus in Coppa Italia. Intendo quelle formazioni che arrivano ai quarti di finale di un Europeo senza che nessun analista le avesse messe nelle favorite, oppure quelle che sfiorano l'impresa contro i giganti d'Europa. Ho visto dal vivo decine di queste partite, preso nota dei dettagli che i telecronisti non riescono a cogliere.
La vera caratteristica dell'underdog non è la mancanza di qualità, ma piuttosto l'assenza di pressione mediatica. Quando una squadra non è considerata favorita, i suoi giocatori scendono in campo con una libertà mentale straordinaria. Non devono dimostrare nulla a nessuno. Possono giocare il loro calcio senza il peso di dover confermare le aspettative.
Prendiamo un caso concreto che ho seguito personalmente: quando l'Italia ha vinto l'Europeo nel 2020, noi non eravamo certo gli underdog di quella competizione, ma in quel torneo ci sono state prove di squadre che nessuno si aspettava raggiungessero quelle distanze. La Danimarca è un esempio perfetto. Arrivò ai quarti, e poi alle semifinali, giocando un calcio propositivo e coraggioso esattamente perché non aveva il peso di essere tra i favoritissimi come Inghilterra e Francia.
I fattori decisivi per la vittoria dell'underdog
Se sei appassionato di calcio e vuoi capire davvero quando un underdog può battere la squadra favorita, devi considerare almeno cinque criteri fondamentali. Li ho analizzati in oltre 120 partite di Serie A che ho seguito negli anni, e il pattern è sempre il medesimo.
La coesione tattica come punto di partenza. L'underdog ha raramente più talento individuale dell'avversario, ma spesso ha una disposizione tattica più solida. Roberto Mancini con l'Italia lo ha insegnato perfettamente: una squadra ben organizzata, che conosce il suo ruolo e lo esegue senza esitazioni, può frustrare anche il talento puro. Quando ho visto quella prestazione in difesa durante i gironi, ho capito che stavamo davanti a un progetto tattico cristallizzato.
La mentalità vincente non è data, si costruisce. Un underdog che ha successo è una squadra che ha già vinto qualcosa di minore precedentemente. Non arriva dal nulla alla semifinale. Ha accumulato fiducia attraverso vittorie consecutive nel girone, ha sviluppato automatismi, ha imparato a soffrire insieme. Questo è il vero fattore differenziale. Ho raccolto autografi di decine di calciatori che hanno spiegato questo concetto: la vittoria precedente genera consapevolezza tattica.
L'errore più comune: sottovalutare l'aspetto fisico. Molti credono che l'underdog vinca esclusivamente per fattori psicologici o tattici. Non è così. Quando una squadra piccola elimina una grande, è perché ha fatto scelte di mercato intelligenti: magari non ha campioni, ma ha giocatori versatili, con grande disponibilità alla corsa e alla battaglia. Tattica del calcio e condizione fisica vanno di pari passo.
Il ruolo cruciale dell'allenatore. Se c'è una figura che trasforma un underdog in vincente, è il tecnico. Non il singolo giocatore di talento, ma chi sa organizzare il collettivo. Luis Enrique con il Barcellona, Simone Inzaghi con l'Inter, hanno saputo trasformare squadre in macchine da guerra perché capivano la psicologia della preparazione e della mentalità vincente.
Casi storici che hanno cambiato il calcio
Se guardi agli ultimi venti anni di calcio europeo, gli underdog hanno regalato alcuni dei momenti più indimenticabili. La Grecia nel 2004 all'Europeo è il caso più eclatante: arrivò a vincere il torneo con quote iniziali intorno al 600 a 1. Ma come è successo? Attraverso una difesa ermetica e un calcio pragmatico, ordinato, dove ogni giocatore sapeva esattamente cosa fare.
Poi c'è il Leicester City nel 2016, che vinse la Premier League con quote astronomiche. È un caso ibrido, perché non era esattamente una squadra piccola, ma nemmeno nella parte superiore del ranking. Quello che lo rese speciale fu la coesione e la fame: una squadra che giocava per il collettivo, non per il singolo.
Nel nostro campionato, ho visto l'Atalanta crescere da squadra della Eredivisie olandese nei metodi di gioco fino a diventare competitiva per il primo posto. Non è stata sfortuna che l'Atalanta non ha vinto lo Scudetto, ma il valore crescente del collettivo bianconero e nerazzurro che le stava di fronte.
Se fossi al posto tuo: la checklist operativa
Cosa devi osservare quando vuoi prevedere se un underdog avrà possibilità in una partita contro la favorita? Ecco i punti che analizzo prima di prendere una posizione netta:
- Verifica se l'underdog ha già registrato una vittoria di prestigio nel torneo precedente. Genera consapevolezza.
- Analizza la disposizione tattica: è coerente con i principi che l'allenatore insegna? È eseguita bene?
- Controlla gli ultimi cinque match: c'è un trend di stabilità difensiva?
- Studia il profilo dei giocatori chiave: sono versatili o specializzati su un unico ruolo?
- Valuta la condizione fisica dichiarata. L'underdog che vince non è mai stanco.
- Leggi il linguaggio dell'allenatore nelle interviste. Trasmette fiducia costruita o illusoria?
- Controlla gli assenti per infortunio. Un underdog non può permettersi di perdere elementi chiave della sua organizzazione tattica.
L'ultima considerazione mia, dopo oltre 120 partite di Serie A viste dal vivo in quasi tutti gli stadi italiani: l'underdog non vince perché più forte, vince perché più intelligente, più coeso e mentalmente libero. Se ritrovi questi tre elementi, puoi fidarti. Gli altri sono solo dettagli.

